Bubinopatia

In giovine età soffrivo un po’ di metereopatia. Con la mammità, invece, sono diventata Bubinopatica.

Nel senso che il mio umore è indissolubilmente legato al loro. Sono serena se lo sono loro. Sono incazzosa se lo sono loro. Basta uno dei due. E quando lo stesso mood lega entrambi, gli effetti su di me si amplificano al punto da diventare letali.

E’ un periodo d’oro per la Bubi. In poche ore può passare da uno stato di euforia saltellante alla peggiore crisi isterica.

Svegliandola al mattino non so mai quale Bubi mi accoglierà.

Se sarà quella rabbiosa e aggressiva, comincerà ad urlare perché ho acceso la luce, perché non le ho messo bene la fascia tra i capelli, perché la manica si è incastrata mentre la vestivo, perché il latte è troppo freddo o troppo caldo. Mi prenderò probabilmente un fracco di legnate. Il Bubino si sveglierà di soprassalto, preso dal panico. E ci vorrà un buon quarto d’ora per calmarlo. Io arriverò in ufficio in ritardo, con umore pessimo, pronta a mangiar vivo il primo collega che mi capiterà a tiro.

Se ad accogliermi sarà la Bubi dolce e accomodante, mi prenderà il viso tra le mani e mi dirà: “Non farò mai più i caprissi, mamma. MAI PIU’”. Mi riempirà di baci e mi stringerà con le sue braccine magre. Faremo colazione in una nuvola di confidenze e di chiacchiere. Mi saluterà allegra augurandomi “Buona giornata!”. E io entrerò in ufficio, sempre in ritardo, ma leggera come una piuma, convinta che mia figlia sia la creatura più adorabile della terra e che io sia la mamma più fortunata del mondo.

Per la sera stesso discorso. Ma non è detto che la Bubi che mi ha accolto al mattino, sia la stessa che vado a prendere a scuola.

Qualche malalingua in vena maschilista potrebbe sentenziare che di donna si tratta, anche se in miniatura. Ma tu, malalingua, non pensare che il Bubino sia da meno.

Se di solito è un adorabile e sorridente patatone, nelle sue giornate storte ogni gesto minimo diventa una lotta infernale. Si divincola come una tigre per non farsi mettere il giubbotto. Mi sputa addosso la cena. Si butta per terra urlando se oso infilargli le scarpine. Balbetta monosillabi incomprensibili, arrabbiandosi di brutto se non capisco.

Forse sono stanchi. Non dormono abbastanza. La messa a letto è una lotta ogni volta e non si finisce mai prima delle 22,00.

Forse sono capricciosi e viziati. Non gli diamo abbastanza regole.

Forse vengono rapiti dagli alieni che li sostituiscono temporaneamente con dei cloni difettosi.

O forse sono io. Dovrei combattere la Bubinopatia, mostrarmi sempre allegra ed empatica, andare loro incontro dandogli io una direzione, senza farmi trasportare da loro. Il Papais è molto più bravo di me in questo. Io no. E tanto per crogiolarmi nell’autocommiserazione, aggiungo che sono proprio una pessima mamma. Stanca e stufa.

Almeno fino al prossimo cambio di umore.

 

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Regole e scuola

Prima visita alla futura scuola dell’infanzia della Bubi.

Il gasamento è papabile. In giorni normali ci vuole almeno una mezz’ora di patteggiamenti prima di riuscire a prepararla per uscire. Oggi è in pigiama che mi aspetta fuori dalla porta. Nessun “non lo vollio” sui vestiti che ho scelto. Nessun calcio nei denti quando le metto le scarpe. Si lascia vestire con una docilità mai vista. Non riesco nemmeno a pettinarmi, che lei si è già lanciata sulle scale del pianerottolo.

Arriviamo con un quarto d’ora di anticipo. 15 minuti per scoprire che nella futura classe della Bubi ci saranno una buona parte dei personaggi de La Bella Addormentata nel Bosco. Una fatina Serena, un re Stefano, persino una principessa Aurora.

“Non c’è nessuno che si chiama Principe, mamma”.

Le maestre hanno  preparato un piccolo rituale di accoglienza. L’appello con qualche battuta riservata a ciascuno, un giro per i vari luoghi della scuola, un canto e dei regali da parte dei bambini più grandi e poi dei giochi in giardino.

Ma la Bubi scalpita. Tutti gli altri bimbi sono seduti ad ascoltare. Lei in pochi minuti ha fotografato l’ambiente. E parte per la sua esplorazione personale. Mentre fanno l’appello, lei ha già visionato ogni angolo del salone. Mentre si va a visitare i bagni, lei vuole vedere la mensa e provare i tavolini. Mentre vanno in mensa, lei parte per i bagni e prova anche il waterino. Mentre entrano nel dormitorio, lei fugge infastidita. “No, le nanne non le faccio”. Quando aprono la porta della classe, le si spalanca un mondo (ndr: la parola “classe” l’ha imparata oggi e non ha fatto che ripeterla per le successive dodici ore).

C’è solo un altro bimbo che dimostra la stessa intraprendenza. La nonna che lo accompagna, visibilmente seccata, sibila: “Eh, el sta sentà là a sentir lu, figuriamoci!”

Ma la Bubi invece ha ascoltato, eccome. Me lo dimostra quando usciamo. “Vedi, mamma, qua ci sono le foto dei bambini. Ognuno ha il suo asciugamano”. Dettagli? Non credo.

Che non riuscisse a stare seduta ad ascoltare a qualcuno può sembrare negativo. A me sembra invece indice di gradimento, interesse, gioia, curiosità. Che non seguisse il giro prestabilito è segno che il posto le è sembrato subito familiare, non le incuteva paura, anzi, la spingeva all’esplorazione.

Questione di punti di vista.