Moccolandia

Nella provincia autonoma di Moccolandia si è aperta ufficialmente la stagione venatoria.

La caccia al moccolo è pratica assai diffusa non solo tra i gruppi genitoriali, ma anche tra la larga schiera dei sostituti (nonni, baby sitter, maestre) che rincorrono l’altrui prole nell’arduo tentativo di catturare la preda. Le specie interessate variano dal bianco, al giallo, al verdastro, fino all’ormai raro grigio cinerino, tipico dei tabagisti precoci o di chi soggiorna in aree particolarmente inquinate.

Le più comuni armi utilizzate sono i fazzoletti, che una volta usati tendono rapidamente a trasformarsi in oggetti di design, stazionando in mucchietti più o meno consistenti tra tavoli, mensole e piani d’appoggio. Per quanto i cacciatori se ne riforniscano in grandi quantità, la caratteristica principale dei fazzoletti è purtroppo la loro irreperibilità al momento del bisogno. Qui la fantasia del cacciatore ha la meglio. Si possono usare la manica della giacca, la tovaglia, il lenzuolo, o anche direttamente le dita, poi rapidamente spalmate sulla prima superficie disponibile, di qualunque genere essa sia.

La battuta di caccia è resa spesso difficoltosa dalla specie ospitante. Il lattante tende in genere a lappare gioiosamente il moccolo prima che si riesca a raggiungerlo. Il bambino più grande, notoriamente geloso delle sue manifestazioni corporee, moccoli compresi, a volte fugge con le prede tentando disperatamente di salvarle dal loro tragico destino.

Nota specie infestante, il moccolo tende a colpire più bambini nello stasso momento. Spesso e volentieri degenera in tosse, che diventa la piacevole e costante colonna sonora dell’intera stagione fredda.

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Senza pietà

Le mamme non si ammalano. Mai.

Quando la mia testa è un tendone da circo in cui rimbomba il più minimo fruscio. Quando il mio naso è un rubinetto rotto che si è scassato i maroni di essere soffiato e ora fa sciopero. Quando i miei occhi sono due fessure rosse e pruriginose. Quando gli starnuti sono boati che mi sconquassano dentro e fuori. Quando venderei un rene per un’ora senza i Bubini, ma il caso vuole che tutti i nonni siano in ferie. E il Papais lavori.

Perché tu, Bubi, insisti che non ti scappa la pipì e poi la fai immancabilmente sul tappeto del bagno? Perché ripeti che non vuoi fare la nanna quando si vede benissimo che crolli dal sonno (e anche io)? Perché vuoi sempre la mamma per raccontarti la storia anche se con la voce nasale non viene bene? Perché pianti capricci che sarebbero insopportabili per qualunque umano figurarsi per uno zombie raffreddato?

E perché tu, Patato, caghi ogni ora costringendomi a cambiarti quindici volte in un giorno (e questa volta benedicendo il raffreddore)? Perché dimostri il tuo apprezzamento alla pappa facendo il brum-brum della macchina e riempiendo me e i miei occhiali di resti appiccicosi? Perché ti vomiti addosso appena ti ho messo il pigiamino pulito? Perché ti svegli cinquecento volte per notte (e magari sono “solo” cinque, ma a me sembrano molte di più)?

Che ve lo chiedo a fare.

Io lo so perché.

Perché voi non avete pietà.