Di abitudini e romanticismi

Il problema è che a certe cose ci si disabitua molto presto.

Tipo la domenica sera a combattere con termometri, tachipirina e broncodilatatori. Con la testa che vaga alla settimana che deve ancora cominciare, ai permessi che mi sono già presa per l’inserimento, alla montagna di lavoro che resterà là, immota, ad attendere il mio ritorno come una belva acquattata nel cespuglio, che presto salterà sulla sua preda. Era lo scenario abituale un paio di anni fa. Grazie alla Bubi, alla sua fragilissima dotazione di anticorpi e al covo mefitico che era il suo asilo nido.

Non c’ero più abituata.

E infatti ieri sera ho mollato di brutto. Ho chiesto aiuto al Papais per dare la medicina al Bubino. Che scalpitava e protestava (“Non la vollio più quela, non sevve”).

Che non aveva nessuna intenzione di addormentarsi. Mentre ero di là con la Bubi, l’ho sentito tirare calci alla testiera del letto, cantare Winnie the Pooh e chiedere una storia. Ho sentito il Papais, che gli chiedeva di mettere giù la testa, prima con calma, poi con meno calma.

Poi improvvisamente non ho sentito più niente. Sono svenuta sulla sedia.

Mi sono svegliata intorno a mezzanotte. In bocca un topo morto (c’era kebab per cena, non dico altro). Gli occhi iniettati di sangue. In testa una serie di pensieri confusi, primo tra i quali a che ora puntare la sveglia domattina. Sei o sei e mezza. Visto che avevo quei soliti trecentomiliardi di cose che avrei dovuto fare invece di crollare sulla sedia.

Scendo. E trovo, nell’ordine:

1) tavolo da pranzo sgombro

2) cucina perfettamente pulita

3) lavastoviglie in funzione

4) bucato già steso

Forse riderete.

Ma io queste cose le trovo terribilmente, irresistibilmente romantiche.

Routine e sfiga

Ridimensionare. Ecco la chiave.

Queste ultime settimane sono state un’estenuante battaglia contro le più varie amenità. Dalle più banali, come le notti magiche per colpa di un Patato insonne (saranno i denti? la sete? la sfiga?), a quelle intermedie (vedi scarlattina e influenze collettive), fino alle più serie, che ci hanno spedito direttamente in ospedale. Ne siamo usciti per tre sole ragioni.

Primo. Perché siamo rock (come dice sempre la Bubi) e “a noi non ci sconfigge nessuno”.

Secondo. Perché esiste il Nonnoprof, sempre disponibile e sempre in forma, nonostante gli straordinari pazzeschi a cui l’abbiamo costretto.

Terzo. Perché prima o poi tutto finisce. E si torna alla routine.

Ma ci sono casi in cui la malattia diventa la routine. Ne ho ascoltate tante di storie in questi giorni. I genitori alla fine ce la fanno. Perché devono farcela. Ma a che prezzo?

Un amico che ha un bimbo diabetico tempo fa mi ha girato queste righe. Ve le riporto integralmente, perché mi hanno davvero colpito.

Il giorno 14 novembre ho partecipato come volontaria, alla giornata mondiale del diabete e sono rimasta al quanto stupita di come le persone alle quali è stato rilevato un valore glicemico piuttosto alto, persone adulte, si consolassero con la battuta “ben ben el diabete el lo ga anca el Sindaco de Trent!” e non ho potuto fare a meno di associarli a quelli che sempre più spesso sento dire “bè al giorno d’oggi non è così grave come una volta”…

In parte forse queste persone hanno ragione, perché il diabete sappiamo che in sé non è una malattia invalidante e che in realtà permette, con un corretto stile di vita, di ottenere le stesse soddisfazioni di chi il diabete non lo ha e il nostro Sindaco con le sue affermazioni di questi giorni può esserne un esempio, ma forse queste persone non hanno mai avuto a che fare veramente con il diabete e pertanto non gli è molto chiaro quanto poco scontata sia la possibilità di condurre una vita “normale”, ma quanto impegno invece comporti arrivar ad ottenere questo risultato, pertanto io che non ho il diabete di tipo 1, né di tipo 2 ma sono una diabetica di “tipo 3”, (così sono definita quando dico di essere mamma di due bambine diabetiche, perché anche se la malattia non colpisce in prima persona i genitori, quando il diabete entra in casa, di diabete si ammala tutta la famiglia ed i genitori lo vivono quasi quanto i figli essendo le figure principali di riferimento per la gestione quotidiana), non ho potuto fare a meno di pensare a quei genitori che ogni giorno, nonostante tutti gli sforzi possibili anche da parte dei loro figlioli, si trovano a dover rincorrere valori di glicemia che cambiano nell’arco di poche ore senza alcun apparente motivo, sentendosi il più delle volte colpevoli per questo; a quei genitori che si trovano a dover misurare la glicemia anche più di 10 volte al giorno ad un bambino di un solo anno perché è difficile capire a quell’età se il suo pianto sia dovuto a capricci o magari ad un malessere portato da un’ipoglicemia; a quei genitori che devono riuscir a far accettare la cronicità di una malattia come il diabete e che nel momento in cui si sentono chiedere quando guarirò?, non hanno ancora una risposta da dare; a quei genitori che a volte si trovano a dover “implorare” la collaborazione degli insegnanti per poter star, non dico sereni, ma almeno un tantino tranquilli mentre i loro figli sono a scuola, ma che non sempre – purtroppo – trovano la collaborazione che si aspettano da un educatore; a quei genitori che si alzano in piena notte per controllare la glicemia del figlio temendo un’ipoglicemia notturna; a quei genitori che non sempre hanno un solo figlio a cui pensare ma che la malattia li porta ad avere un atteggiamento più attento nei confronti di quello malato sacrificando a volte le esigenze di quello sano; a quei genitori che con il cuore in gola e facendosi quasi violenza nell’ansia totale, salutano il figlio che parte per la gita – perché è giusto che faccia le stesse esperienze dei compagni –  e si sentono chiedere “ma in caso di ipoglicemia lui sa ben cosa fare vero?” (…certo, ma forse se lo volessero sapere anche gli altri, sarebbe molto più sicuro per tutti); a quei genitori che consolano le lacrime del figlio quando, tornando da una festa della scuola, della catechesi o della propria squadra, le giustifica dicendo che a lui non è stato dato un dolce ma gli è stato detto che lui sa bene il perché e quindi dovrebbe capire; a quei genitori che, dal momento dell’esordio, conoscendo quali possano essere le complicanze del diabete dopo un certo periodo di anni di malattia, si trovano a fare i conti pensando che già a 15 anni possano manifestarsi sui loro figli; a quei genitori che non trovano collaborazione nei parenti che non riescono a capire che il “ma dai per una volta” è diseducativo e non aiuta nessuno; a quei genitori che si sentono in colpa nell’essere “sani”…

Ecco credo sia giusto che tutte quelle persone e pure quelle che forse leggeranno queste righe, sappiano anche questo, che l’essere diabetico non è solo rinunciare alla cioccolata, alla marmellata e ai dolci, cosa tra l’altro che i bambini se educati in maniera corretta alla malattia, capiscono meglio e prima degli adulti, ma è un impegno molto più grande da vivere giorno dopo giorno per tutta la vita, anche se magari non sarà pesante come quella di un Sindaco, un impegno da mettere in quello zainetto con tutto l’occorrente che ai bambini con diabete viene insegnato, sin dal giorno dell’esordio, di portare sempre con loro e di non dimenticare mai!!

Sabrina Moser