Se crisi deve essere, almeno che sia seria

Nota per i lettori: il racconto che segue è tratto dal resoconto in differita che mi ha fatto il Papais. Mamma Giulia ha prestato la sua penna, ma per il resto è tutta farina papesca.

La mattina si preannuncia difficile.

Il Bubino è stanco, scoglionato, stufo. Ma più di qualsiasi cosa oggi non vuole andare al nido.

“Non vollio popio più”.

Nella sceneggiata napoletana sono inclusi:

a) il sacco-di-patate (schiena inarcata indietro e braccia in aria, farsi prendere in braccio diventa un’impresa epica)

b) il serpentello-sgusciante (vi sfido a riuscire ad infilargli una manica o una scarpa)

c) la sirena-dei-pompieri-con-idrante

d) l’inappetente, con incluso spargimento di latte sul pavimento).

Inutilmente la Bubi cerca di distrarlo (“Ti aiuto io, Papais”).

Inutilmente la mamma cerca di distrarlo (“Lascia fare a me, Papais”).

In qualche modo riusciamo ad uscire di casa. Lui ovviamente digiuno. Ovviamente piangente.

Io continuo a ripetergli la solita cantilena: “Vedrai che bello in asilo, c’è la Patrizia, c’è Chicco, ci sono i Lego, la sabbia, la pista delle macchinine”.

Ma evidentemente oggi non è proprio giornata.

Arrivati all’ingresso il Bubino continua ad indicare la porta e con insistenza a ripetere: “Lì, lì, lì”.

Mi prende la mano e cerca di trascinarmi, con tutta la forza dei suoi dodici chili.

Provo a togliergli il giubbotto ed è la crisi.

Piange inconsolabile. Un pianto dirotto che avrebbe disintegrato qualsiasi cuore.

Io mantengo la calma.

Continuo a parlargli. Piano. Lento. Convincente.

Accanto a me il via vai delle mamme.

“Giornata dura oggi, eh?”

“Giornata dura oggi, eh?”

“Giornata dura oggi, eh?”

Ce ne fosse una che dica qualcosa di diverso. E tutte con quel sorrisino idiota sulla faccia. Vorrebbero sembrare comprensive ed empatiche. Ma si vede benissimo che se ne vanno via gongolanti perché “il loro” queste scene non le fa. Per oggi, brutte stronze. Solo per oggi.

Il Bubino si è quasi calmato. Singhiozza debolmente. Sembra quasi rassegnato.

Quando arriva lei.

Miss Ioloso.

La maestrina laureata.

La prima della classe.

Si avvicina al Bubino, silenzioso ma quasi consolato.

Con pietosi occhi a triangolo gli dice: “Non vuoi proprio venire oggi in asilo, vero?”

“Nooooooooooooooooooooo”, gli urla dietro lui azionando di nuovo la sirena.

“Ecco, finalmente abbiamo capito il problema.”

Finalmente?!?!

Ma pezzo di rimbambita, è tutta la mattina che abbiamo capito il problema, non avevo certo bisogno di te e delle tue perle di scienza.

Il mio lavoro di convincimento è andato allegramente a remengo.

Il Bubino piange di nuovo. A fontana. A catinelle. A cascata.

Mentre la mia mente vaga su raffinate tecniche di tortura da riservare alle mamme fintamente empatiche e alle maestre laureate, Miss Ioloso continua con il suo intervento non richiesto.

“Eh, il Bubino in effetti è quello che fa più fatica di tutti.”

Non riesco più a trattenermi.

“Scusi, ma, non è quello che ci ha detto Patrizia, la sua maestra. Lei dice che ha qualche momento di nostalgia, ma che tutto sommato il bambino è sereno.”

“Eh, è quello che ho detto io.”

“Beh, direi proprio di no”.

Lei. Faccetta da saputella ripresa.

“Mi scusi, ma permetterà che in un momento del genere le parole che si usano siano piuttosto importanti, non crede?”

Se ne va. Meglio così.

Intanto i compagni del Bubino hanno incollato i loro nasetti alla porta a vetri. Fanno facce buffe e il Bubino li osserva. Quasi divertito. Adorabili.

Ma ecco che interviene Miss Ioloso. Allontana i bambini. Li porta via.

Mentre rifletto ancora più seriamente sulle tecniche di tortura di cui sopra, arriva Patrizia. Una nuvola di serenità e senso pratico.

“Bubino, se non vuoi levare il giubbotto adesso lo leveremo dopo. Non importa. E tieniti anche le scarpe. Non fa niente.”

Lo prende in braccio e mi fa cenno di andare.

Lo vedo piangere ancora.

So che è solo un momento. Che passerà.

E so che è in buone mani.

Almeno lui.

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Inserimento

E’ passata una settimana da quando ho iniziato il nido.

Tassativo non dimenticarsi coniglietto e ciuccetto. Anche se non mi sono sembrati affatto indispensabili come credevo.

Il posto mi piace. Belle le aule, ampie e luminose. Bello il salone, con gli angoli raccolti, quello delle costruzioni, quello dei libri, e quello dove fare i matti, su e giù per le scalette. Bello il giardino, con la vasca di sabbia piena di ruspe e scavatori, le altalene per piccoli, lo scivolo, la casetta dove nascondersi, i tricicli rossi, e, la più ambita in assoluto, la macchinetta che si spinge con i piedi.

Ho conosciuto i compagni. Andrea, che il secondo giorno si è fatto un labbro gonfio e sanguinante e si faceva coccolare da chiunque. Leonardo, che secondo le maestre è un gran chiacchierone ma finché c’erano le mamme degli altri in aula non ha aperto bocca. Federico, detto “il lanciatore”, che sta insegnato a tutti la difficile arte di scagliare giocattoli schivando le teste dei compagni. Melissa, già moccolosa alla seconda settimana di nido. E poi gli altri bimbi in inserimento. Mathias, con la sua mamma romena, giovane e bella. Francesca, che fin dal primo giorno ha fatto capire con i suoi “MIIIIIIIIIOOOOOO” che con lei non c’è tanto da scherzare.

Ho conosciuto la maestra Patrizia. Più di vent’anni di esperienza al nido. Più calma e giocosa di Mary Poppins.

La cucina poi è ottima. Alle undici in salone si propaga un profumino mica male. C’è un cuoco con i capelli bianchi, che ogni tanto esce a scherzare con i bambini e arriva la mattina sgommando a cavallo di una moto.

L’inserimento di Mamma Giulia al nido sta andando discretamente.

Non ho mai pianto.

Salvo quando ti ho visto mangiare da solo, seduto sulla seggiolina bassa, come se fosse stato il tuo posto da sempre. Hai pulito il piatto senza lasciare una briciola. Senza nemmeno sporcarti.

E quando ti ho visto prendere tranquillamente la mano della maestra Patrizia che ti accompagnava a cambiare il pannolino.

E quando Patrizia mi ha raccontato che a pranzo hai consolato Melissa, accarezzandole il braccio e sussurrandole: “No piange, tonna subito”.

E anche quando Patrizia mi ha detto: “Hai un bambino dolcissimo, un vero coccolone. E si vede proprio che è un bimbo sereno. Proprio come dicevate voi”.

Ecco, sì, devo ammetterlo, lì il groppo in gola è diventato pesante e la lacrimuccia mi è scesa. Ma sono solo pochi episodi.

Per il resto, Bubino, me la sto cavando alla grande.

Puoi essere orgoglioso di me.

Voi due

Avete passato un mese e mezzo in tête à tête.

Tu, Bubino, cercando sempre di intrufolarti nei giochi incomprensibili delle bambine grandi. Provando a ridere quando ridevano loro, senza capirne bene il perché. Protestando quando ti lasciavano indietro. Ma, dì la verità. Non ti sei mai sentito veramente escluso.

Tranne una volta.

Solo una.

In cui la Bubi e la sua amichetta Sofia ti hanno fatto capire esplicitamente che volevano giocare da sole. Allora ti sei fermato in mezzo alla stanza con il labbro inferiore in fuori, il tipico tenerissimo broncio che farebbe capitolare qualunque essere vivente nel raggio di dieci metri. Tremando hai detto: “No mi voiono”.

E tu, Bubi, sei intervenuta subito. Come sempre fai quando lo vedi in difficoltà. Quel “cicciottino” di tuo fratello. Se resta indietro, ti fermi ad aspettarlo. Lo abbracci forte. A volte troppo forte. Ma in genere lui non protesta. E ricambia l’abbraccio.

Come l’altro giorno, quando si è svegliato dal pisolino, mezzo stordito e piuttosto incazzoso. Ti sei avvicinata e lui ti ha stretto forte. “Vuoi me, Bubino?” “Sì, Bubi”, ha biascicato lui, con il ciuccio in bocca, chiudendo gli occhi e godendosi le tue carezze.

Avete imparato a giocare insieme.

O meglio, state imparando tuttora.

Tu, Bubino, gli animaletti li spedisci sempre “a scola” o “a lavoae”. Tu, Bubi, lo so, vorresti costruire storie un attimino più originali. Ma ti presti volentieri per qualche scena banalotta delle sue. Come ti adatti a giocare a rincorrersi. Sembra che ti diverta ancora, esattamente come quando avevi due anni. Giocate al mostro, gridando “iuto! ‘iuto” e non si capisce più se è il Bubino che imita te, o se sei tu a imitare lui.

Non potete più fare a meno l’uno dell’altra. Tu, Bubino, la sera puoi anche crollare dal sonno, ma finché non c’è tua sorella non riesci a chiudere occhio. E tu, Bubi, stamattina andando a scuola, mi hai detto: “Ma, Bubino, ti vedrò solo stasera? Che peccato però…”

E io a insistere che avrete tante cose da raccontarvi. Anche tu, Bubino, che proprio oggi hai iniziato il nido. La sera avrai tante cose da raccontare alla tua sorellina grande. Amici nuovi, giochi nuovi. E sicuramente qualche lacrimuccia. Bubi, aiutalo tu, sai? Aiutalo a capire che mamma torna sempre. Che se ne andrà via con un magone di un metro per due, fisso fisso tra la gola e lo stomaco. Non sarà facile neanche per lei.

Ma l’asilo è bello. La scuola è bella.

Come è bello diventare grandi.

Voi due, meravigliosi Bubini. State diventando grandi.