Paradossi

“Due paradossi sono meglio di uno”, ha detto il fisico Edward Teller, “possono perfino suggerire una soluzione”.

Quindi a questo punto io dovrei esserci molto vicina. Alla soluzione.

E’ che mi trovo immersa fino al collo nei paradossi. O meglio sono io il paradosso vivente.

Ho un lavoro part-time, non impegnativo, nessuno si scompone se mi assento visto che le mie mansioni sono né più ne meno quelle di una stagista. Questo mi permette grandi e inaspettate libertà, compresa quella non secondaria di riuscire a gestire i Bubini in discreto relax. Eppure vagheggio responsabilità, progetti, impegni. Telefonate che arrivano nel fine settimana. Appuntamenti inderogabili. Riunioni. Trasferte. Sogno di poter utilizzare almeno in parte il cervello che madre natura mi ha regalato. Anziché tenerlo in parcheggio per il resto dei miei giorni.

Adoro i miei Bubini. Adoro passare il tempo con loro. So bene che non resteranno piccoli a lungo. Che devo godere appieno di questi momenti dolcissimi e unici. I baci umidicci del Bubino. Le frasi celebri della Bubi. Il “ci-son-due-coccodrilli” cantato a squarciagola ballando con il culetto e con le mani. La Bubi che incrocia gli occhi urlando “Gong!” e il Bubino che letteralmente si piega dalle risate. Eppure non mi basta. Non riesco a immaginare una vita intera fatta solo di questo.

Se me lo chiedete rispondo di “sì”. Senza esitare. Sono felice. La mia vita è felice. Sono innamorata di mio marito e dei miei bambini. Non farei cambio con nessuno al mondo. Eppure sono rovinata dalla dermatite. Una dermatite che non mi dà tregua, di cui non si trova la causa. Mi gratto e mi gratto. Di notte e di giorno. Malattia psicosomatica, dicono.

Se due paradossi sono meglio di uno, forse un centinaio di loro sommati insieme mi daranno la soluzione.

Almeno spero.

 

 

Interview

“No, perché vede, non metto in dubbio che lei sia una persona valida, ma io ho bisogno di qualcuno che mi presieda la posizione.”

Ma cos’é, una poltrona da primo ministro? Guai a chi la molla?

“Le spiego, se mi arrivano dei giornalisti mettiamo la domenica pomeriggio e mi avvisano con mezz’ora di anticipo, ci deve andare lei. E come fa?”

Beh, mi porto dietro i bambini, è ovvio. E magari improvviso un cambio di pannolino davanti a loro.

“Perché vede, poi i bambini si ammalano”.

Se è per questo anche gli adulti.

“Devono essere portati a scuola, in piscina, al nido”.

Bah. Siamo in due. Ci si organizza.

“Non voglio dire che serva lavorare 12 ore al giorno. Ma chi ha figli ha la testa da un’altra parte. E’ inevitabile.”

Cazzate. Voglio vedere se avrebbe detto lo stesso ad un uomo con figli.

“Non mi fraintenda, io non ho niente contro le donne con figli. Sono una donna anch’io”.

E meno male.

Sono sempre più convinta che le peggiori discriminazioni le facciano proprio le donne.

Malinconia

Lunedì riprendo a lavorare.

Sono una di quelle privilegiate (come da definizione di Maria Star Gelmini) che si è concessa una luuuuuuuunga pausa dopo la nascita del Patato. Rientro in ufficio dopo quasi un anno di assenza. Non penso di essere mancata a nessuno. Del resto l’ufficio non è mancato a me.

Ho vissuto di presente in questi mesi. Il presente eterno dei bambini.

Non posso dire di essermi goduta ogni istante, perché non è così. Come i bambini, ho sofferto, ho gridato, ho pianto, ho fatto i capricci. Ho cercato di vivere tutto intensamente, come loro. Le pagine di questo blog sono state anche un modo per fermarlo questo presente. Per dargli concretezza, fisicità. Per rifletterci sopra senza lasciarlo semplicemente scorrere.

Questi mesi non torneranno più. Ora si corre. Run, baby, run.

Mi mancheranno le nostre giornate sprogrammate. Unico obiettivo: arrivare a sera senza impazzire e restando il più possibile all’aria aperta. Senza orari, a parte quelli dettati dai bambini. Mi mancherà la nostra routine parchetto dietro casa – panificio – rientro sbocconcellando il paninetto al latte. Mi mancheranno i risvegli rilassati, le mattinate in pigiama, i “cosa facciamo oggi?”.

In fondo sono stati belli proprio perché sono durati poco.

Tutta la vita così no, eh!? O sì?

Complimenti, mamma Gelmini

Non resisto alla tentazione di segnalarvi l’intervista alla neo-mamma Mariastella Gelmini uscita la settimana scorsa su Io Donna (se ve la siete persa, la trovate qui).

La Ministra, tornata al lavoro dopo 10 giorni dal parto, “racconta che interrompe il lavoro solo per allattare Emma”.

Ha seguito le polemiche per le sue dichiarazioni sul fatto di potersi permettere un rientro così rapido, a differenza di altre donne meno fortunate?
La gravidanza è una cosa unica, è proprio come dicono. Uno stato di beatitudine che dà una forza incredibile, che non conoscevo. Ti senti più forte di prima. Anch’io, come la D’Amico, ho più facilità di altre donne a tornare subito a lavorare senza trascurare mia figlia. Ma non vuol dire non essere una buona mamma, dovrebbero farlo tutte.

Però le donne normali che lavorano dopo il parto sono costrette a stare a casa.
Lo giudico un privilegio.

Un privilegio? Non è un diritto?
Una donna normale deve certo dotarsi di una buona dose di ottimismo, per lei è più difficile, lo so; so che è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare sacrifici.

Grazie, signora Ministra. Ora ho capito. E’ l’ottimismo che ci vuole. Non gli asili nido, i permessi retribuiti, i congedi flessibili, le facilitazioni per i part-time. Visto che ce l’ha fatta Lei, solo con il Suo ottimismo, a conciliare figli e lavoro, ce la possiamo fare anche noi, donne normali. Noi sfigate che lottiamo contro gli squilibri ormonali, le ragadi, le notti in bianco, le malattie virali e soprattutto contro i sensi di colpa. Noi che al rientro al lavoro (se rientreremo) non troveremo nemmeno più la scrivania. Se non l’abbiamo già persa appena rimaste incinte.

Per fortuna che ce l’ha ricordato Lei, signora Ministra, che ci vogliono sacrifici. Speriamo che il Suo esempio illumini il Suo Capo, che si decida una buona volta a dare un taglio a quelle fannullone privilegiate che in assenza di nonni disponibili o soldi per nidi e baby sitter stanno a casa a far le mantenute. Alla faccia di quei comunisti di Save The Children, che l’altro ieri hanno denunciato la pericolosa povertà delle madri in Italia (vedi il rapporto qui).

Grazie, Mariastella. Da una mia quasi coetanea non potevo aspettarmi di meglio.

Per commenti molto più seri e completi del mio vi rimando ai seguenti:

Da Panzallaria

Da Genitori Crescono

Da The Italian Mom

Da Mamma Felice