Restauri pasquali

Mamma Giulia e la Bubi. Faccia contro faccia. Davanti allo specchio.

Mamma Giulia, con tono speranzoso: “Bubi, che ne pensi? Ci assomigliamo un pochino io e te?”

La Bubi, scettica: “Sì, abbiamo i denti uguali”.

Pausa.

“Però io li ho bianchi e tu li hai gialli”.

 

Qualche giorno dopo, prima di andare a letto.

Mamma Giulia, previdente: “Bubi, smettila di grattarti così, poi ti vengono le cicatrici”

“Cosa sono le cicatrici?”

“Guarda ne ho una qui, sul polpaccio. Mi ero fatta male e mi è rimasto questo segno. Vedi? Non è molto bello”.

La Bubi, sicura: “Ah, ho capito. Non devo grattarmi perché altrimenti mi vengono le gambe vecchie e brutte come le tue”.

 

Ora capirete perché Mamma Giulia, notoriamente piuttosto trascurata, in una settimana ha prenotato dentista ed estetista. E visto che ci siamo anche parrucchiere. Non si sa mai.

Ti rendi conto

 Ti rendi conto che sono cresciuti quando si intrattengono tra di loro senza bisogno di te. Anzi, a volte sembra quasi che la tua presenza li infastidisca.

“Vai via, mamma, sto leggendo io al Bubino”.

“Vai via, mamma, ci siamo già messi d’accordo”.

 Ti rendi conto che sono cresciuti quando hanno il loro giro di amici con cui condividono routine e segreti. Un mondo da cui tu sei esclusa. Si salutano tra loro come navigati adolescenti. Ridacchiano e si sussurrano frasi all’orecchio. Si scambiano commenti sui vestiti.

L’altro giorno ho sentito il Bubino mostrare tutto fiero la maglietta al suo amico Mathias e dire: “Hai visto che bello che sono oggi?”.

 Ti rendi conto che sono cresciuti quando se ne stanno dalla vicina per oltre un’ora senza che tu riceva alcun segnale di allarme.

Era solo un anno fa che la Bubi si è fatta accompagnare fino al supermercato in lacrime, perché dalla vicina proprio non ci voleva restare. A quel tempo la vicina era la Féscion e suo figlio era l’Armato. Diciamo che aveva i suoi buoni motivi. Questa volta c’è Camilla, vulcanica e coinvolgente, e la sua mamma Anna, 40 kg di energia pura. Farsi allegramente i cavoli propri mentre i figli giocano sereni al piano di sotto davvero non ha prezzo.

 Ti rendi conto che sono cresciuti quando finiscono per assomigliare agli adulti. Per le cose peggiori. Tipo la fiatella del mattino. O la flatulenza sotto le coperte.

 Ti rendi conto che sono cresciuti quando ti sembra finalmente di avere l’energia e la forza di rimetterti in gioco. Anche fuori dalla famiglia.

E questa è cosa buona e giusta.

La difficile arte dello sdrammatizzo

“Oggi la Vale si è arrabbiata.”

“Perché?”

“L’avevo spinta. Ma per sbaglio, eh? Gliel’ho detto che non avevo fatto apposta, ma lei continuava a piangere.”

“E allora?”

“Allora le ho raccontato dei piedi del Papais che puzzano. E le è passata.”

Risolvere i conflitti facendoci sopra una risata. Ottima tecnica. La Bubi la applica anche con il Bubino, a volte.

Se lui se la prende per una cosa, si mette a saltellare davanti a lui come un folletto facendo facce buffe. Impossibile resistere. E infatti il Bubino ride e tutto finisce lì.

Peccato che abbiamo dei pessimi esempi di barzellettieri in politica. Perché forse lo sdrammatizzo sarebbe un ottimo metodo anche per gli adulti.

Da grandi

“Da grande io sarò veterinaria.”

“Certo, Bubi, lo dici sempre.”

“Quando il dottore non c’è, ci sarò io a curare gli animali. Però quando c’è, me ne starò a casa con la mia bambina.”

“Ah, dai. Avrai una bambina. E come si chiamerà?”

“Margherita. E io mi chiamerò Stella.”

“Avrai anche un bambino?”

“Certo. Filippo.”

“Bei nomi. E tu, Bubino? Cosa vuoi fare da grande?”

“Il Grande.”

Non avrà la logorrea di sua sorella, ma quanto a idee chiare il Bubino non ha rivali.

Scoperta

 Tre settimane fa.

“Giulia, sei a pezzi. Hai l’umore più nero delle vendite a Cortina, ti incazzi per ogni piuma che cade, non hai mai tempo per te, la tua igiene personale fa schifo, non parliamo della depilatio, son giorni che non riusciamo nemmeno a parlare insieme. Quindi ho preso una decisione. Da oggi faremo una sera io e una sera tu. Oggi tocca a me. Metto a letto io i Bubini.”

La prime due sere ho fatto finta di andarmene di casa. Mi sono nascosta in lavanderia per non farmi sentire. Al buio. E anche piuttosto al freddo.

Dopo le reazioni inconsulte del Papais e del mio intestino (non contemporaneamente), ho deciso che era ora di finirla con i sotterfugi. La Bubi doveva accettare la cosa e basta. [n.d.a. Per il Bubino il problema non si è mai posto. Lui si mette nel suo letto e dorme, incurante di chi ce lo abbia messo].

La prima volta la Bubi ha piantato un dramma che neanche Eleonora Duse. Io ho tenuto duro. Solo perché il Papais mi ha minacciato di una morte lunga e dolorosa se avessi ceduto. La seconda sera ha frignato senza urlare e mi ha chiesto di rimanere con lei solo finché finiva il latte. E poi basta.

Ora la routine è diventata questa. Una sera il papà, una sera la mamma. Liscio come l’olio.

Tre settimane fa.

“Giulia, Bubino oggi ha chiesto di restare senza pannolino. Domani ricordati di portare al nido tre paia di mutandine e tre paia di pantaloni di ricambio.”

“Cosa? Come? Dove? Ma non c’è scritto in tutti i libri che lo spannolinamento si fa in estate? Ma io non sono pronta, non ho comprato niente, a casa ho solo body, non ho canottiere, non ho magliette, e non posso mica mettergli gli slip di sua sorella, quelli con i Barbapapà sono anche carini, ma quelli di Bambi, no, eh? Che poi io sono per crescerli senza preconcetti maschio/femmina, ma questo mi sembra troppo…”

“Giulia, stai tranquilla. Possiamo cominciare anche lunedì.”

Mi aspettavo una lunga maratona tra pozzanghere e rifiuti (vedi qualche mio post di ormai 2 anni orsono qui e qui).

E invece il Bubino sta ormai asciutto tutta la mattina. E gran parte del pomeriggio. E -udite udite-anche di notte. Con la cacca siamo ancora in rodaggio. Quel canederlo marrone gli suscita ancora una certa curiosità ed è più bello ammirarlo che farlo tuffare nel water. In ogni caso, vedermi quel nano girare per casa con le mutandine nere e la maglietta grigia, gli stessi colori del Papais, mi fa saltare il cuore.

E sono rimasta elettrizzata da questa scoperta.

I problemi riescono a risolversi senza che io faccia fondamentalmente un cazzo.

Sorella maggiore

 Quando accompagni il Bubino al nido, lo saluti abbracciandolo forte.

“Lo so che non è facile, Bubino, però adesso vai. Ti aspetta la maestra.”

Lui ti guarda.

Adorante. Fiducioso.

Ti risponde quieto: “Sì, Bubi.”

E va.

Tra lo sguardo incredulo della maestra Patrizia e quello compiaciuto del Papais.

Quando il Bubino è ammalato, riusciamo a fargli prendere le medicine solo con il tuo indispensabile aiuto.

“Mmmmm, che buono, mamma, dallo a me lo sciroppo”, menti tu, convincente.

“Noooo, è mio, è mio!”, scatta il Bubino all’istante.

Stesso giochino quando il Bubino pianta il canonico capriccio perché non vuole vestirsi.

“Bella quella maglietta, me la metto io”, parti tu, senza che nessuno te lo chieda.

Sei di una persuasione micidiale.

Risultato garantito in cinque secondi netti.

L’altro giorno, al parco. Approfittiamo del primo tepore dopo mesi per due scivolate.

Peccato che la cima del castello sia presidiata da un’indisponente treenne, che approccia il Bubino con un: “Tu sei piccolo, non puoi salire”.

L’incauta non ha fatto i conti te, Bubi.

“Bubino, vieni qua, gioco io con te”, lo rassicuri tu.

E poi subito, feroce, rivolta all’asociale reginetta del castello: “Lo scivolo è di tutti. Guarda che chiamo subito il mio papà e vedrai cosa ti fa.”

Il Bubino non conosce ancora i colori. Fa una gran confusione soprattutto tra verde e blu. Ma quello che per me resta un mistero è che quando glieli chiedi tu, sgranando le perline della tua collana di cuori, non ne sbaglia uno.

Forse il tuo “bravo” ha un altro valore per lui rispetto al nostro.

Eravamo in macchina ieri sera.

Solo io e te, direzione nido.

“Mamma, ti devo dire una cosa molto seria.”

“Dimmi, amore.”

Quando parti così ci si può aspettare di tutto.

“E’ bello essere in due, sai?”

“In che senso?”

“In due piccoli. Due fratelli in famiglia. E’ bello avere un fratello.”

La curva della mia autostima ha subito una vertiginosa e istantanea impennata. Abbiamo fatto un bel lavoro. Proprio un bel lavoro.

Solo che dopo hai proseguito.

“Sarebbe bello anche in tre, che ne dici?”

Felicità

La Bubi, bacchetta magica in mano, cerchietto con i brillantini e sorriso malizioso: “Mamma, oggi sono la fatina della felicità. Porto felicità a chi è arrabbiato e a chi è triste.”

Io: “Fantastico, Bubi, falla a me la magia.”

La Bubi: “A te no, mamma. Tu non ne hai bisogno. Sei sempre felice.”

Pensavo di apparire grigia, sciatta, triste, abbruttita da un lavoro di merda e dalle crisi premestruali.

E invece no.

Estiquaatsi.

Sono una persona felice.

Ed è questo che trasmetto anche all’esterno. O perlomeno ai miei Bubini.

La mamma è felice.

Punto.

Solo che ci voleva la mia fatina a ricordarmelo.