Chi ci consola

“Amore, ti devo dire una cosa importante.”

“…”

“Se mi vedi triste in questi giorni, è perché la nonna bis si è sentita male, si è addormentata e non si è più svegliata”.

“E’ morta?”

“Sì, Bubi.”

“Succede così quando si diventa vecchi vecchi, mamma. A un certo punto si muore.”

“Hai ragione, amore, ma fa tanto male.”

“Eh, ma non si può mica vivere per sempre.”

Mi aspettavo di dover essere io a consolarla. A dover cercare le parole per spiegarle certe cose. Il come e il perché. E invece è successo l’esatto opposto. E’ stata una bambina di 4 anni a confortare me.

Che ci crediate o no, mi sono sentita molto meglio.

Mia nonna Catin è mancata improvvisamente. Sul web c’è. E se volete trovate la sua testimonianza qui.

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L’esempio

Perché trovare il lato comico delle cose è il tuo passatempo preferito.

Perché non hai fretta e ti lasci guidare.

Perché intervieni poco e solo quando serve.

Perché ti diverti e lo lasci trasparire.

Perché sei sbadato, ma molto attento per le cose importanti.

Perché ti indigni.

Perché ti impegni.

Perché senza farlo notare stai passando ai Bubini esempi e contenuti. Che valgono di più di mille parole.

Per tutto questo e molto, molto altro.

Tanti auguri, Nonnoprof.

Notte fuori

“La Bubi non riesce a dormire con il buio completo. Lasciate accesa la luce del bagno, almeno. Ah, ricordatevi di farle fare pipì prima di andare a letto, che certe volte si dimentica.”

“Giulia, andiamo”

“Il Bubino beve il biberon tiepido, mi raccomando t-i-e-p-i-d-o, non bollente.”

“Giulia, è tardi”

“Anche la Bubi vuole un po’ di latte, basta poco, mezza tazza. Sempre tiepido, eh?”

“Giulia…”
“E mandatemi uno squillo, un sms, un segnale di fumo quando si addormentano”

“Giulia!!”

“Tengo il telefono sempre acceso, eh? E ho messo anche la Tachipirina nella borsa, non si sa mai. Vi ho scritto il dosaggio, eh? E’ scritto qui: Bubi 8 millilitri, Bubino 6.”

“Basta, Giulia, dobbiamo andare adesso”

“Aspetta che gli do almeno un bacino”

“ANDIAMO”

Strattonata dal Papais. Infilata a forza nell’ascensore. Con la tipica morsa allo stomaco indice di senso di colpa latente. Mamma Giulia ha cominciato a sentirsi bene solo dopo un doppio spritz.

Decisamente bene.

Aria fresca e leggera. Ultimo sole della sera.

Scenario da piazza nordeuropea. Pedonale. Culturale. Giovane.

Il ghiaccio che si scioglie lento nel bicchiere.

Noi. Senza fretta alcuna.

Nessuno che svariona perché non ha mangiato entro le 19,00. Nessuno che se ne scappa per tutta la piazza. Nessuno che mi macchia i vestiti baciandomi con la bocca di gelato. Nessuno che mi si attacca alle gonne denudandomi vergognosamente davanti al mondo intero.

Solo noi due. E la nostra cena a lume di candela. E il nostro concerto del nostro Capossela.

Mentre sfumano le ultime tracce di alcool, Mamma Giulia viene riposseduta dall’apprensiva che alberga in lei. Ricomincia a guardare incessantemente il cellulare. Una, cinque, dieci volte.

Finché arriva il messaggio: “Bubino 21,30. Bubi mezzanotte meno dieci”.

Assillata da immagini tragiche. Con la Bubi piangente che reclama il “braccino” della mamma. Con Nonnoprof e Nonna Santa esausti ed impotenti. Riflettendo seriamente sull’estrema soluzione, ossia raggiungere nottetempo la casa natia per salvare figlia e nonni dall’infausta nottata. Mamma Giulia crolla all’una e mezza in un sonno agitato, popolato di strani esseri tentacolari e cornuti (sarà stato Vinicio? Sarà stata l’ansia?).

Ore 7,00. Telefonata di Nonna Santa.

“Tutto benissimo. Hanno dormito tutta la notte. Il Bubino tranquillo nel suo lettino. La Bubi, gasatissima, è stata per ore a chiacchierare con il nonno. Ma alla fine è crollata anche lei. Serena e contenta”.

Serena? Contenta?

Già.

Ce la fanno senza di me.

Loro sì.

Mai senza nonni

Questo post partecipa al
blogstorming

E leggetevi anche l’intervista al Nonnoprof su genitoricrescono!


Sarò sincera. Ero un’orgogliosa indipendentista.

Una che ci teneva a mantenersi da sola. A farcela con le proprie forze. A chiedere aiuto ai miei solo se strettamentissimamente necessario.

Al liceo sfruttavo solo raramente il brillante latinista che albergava nel Nonnoprof. All’Università trovavo mille modi per sbarcare il lunario, anche se i miei non me l’avevano mai chiesto. Sono (soprav)vissuta all’estero con una borsa di studio da 800 euro, fiera di non dover domandare un centesimo a chicchessia.

Lo ero. Appunto.

Come per 25,000,000 altre cose, anche su questo punto la maternità mi ha trasformata. Adesso “Mai senza nonni” è addirittura una sezione del blog.

E’ stata colpa soprattutto della bismaternità, devo dire.

Quando avevo la Bubi soltanto, il mio spirito indipendentista se ne spuntava fuori prepotente in ogni occasione. Dalla gestione della casa. Che mi ostinavo a voler sbrigare da sola già a una settimana dal parto. Alla gestione della Bubi. Che volevo crescere insieme al Papais, con lui soltanto, senza intromissioni, senza aiuti.

I casi della vita mi hanno riportato sulla terra.

Da un lato c’era il nido, che costava una follia ed era un mefitico covo di virus. La Bubi in un anno se li è beccati tutti, compresa la broncopolmonite da micoplasma pneumonie. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la bronchiolite, passata al povero Bubino, che a neanche due mesi si è ritrovato in ospedale attaccato alla bombola dell’ossigeno.

Dall’altro lato c’era lui. Il Nonnoprof. Disponibile, attento, premuroso e gratuito.

Poveretto. All’inzio gli abbiamo stracciato i maroni a furia di raccomandazioni. Io, mia madre (Nonnasanta), mia suocera. Tutte noi, donne senza fede, brutalmente private del loro ruolo da un nonno maschio. Che per di più si è rivelato bravo. Molto più bravo di noi, per tanti aspetti.

Mio padre non è stata una scelta di comodo. E’ stata (ed è) una manna dal cielo.

Soprattutto ora con la bismaternità, quando i giochi ad incastro sono diventati paurosamente complicati. Poter contare sui miei mi dà respiro. E’ una grande fortuna. Ma siccome voglio essere sincera, vi dirò che questo non sempre mi rende felice. E’ il mio orgoglioso tarlo indipendentista che se ne rispunta fuori e lavora ai fianchi.

Mi ricordo i primi tempi della bismaternità. Il Bubino che poppava ogni due ore. La Bubi in piena crisi regressiva, che mi voleva sempre tutta per sé. Nonnoprof e Nonnasanta che si davano il turno per darmi una mano. In pratica non ero mai sola. Invece che rasserenarmi, però, tutto questo aiuto mi dava una grande insicurezza. Mi tempestavo di domande: ma ce la farò mai a gestire da sola i miei due figli? Se ce la fanno le altre perché io non ci riesco, stupido essere incapace? I miei genitori hanno cresciuto me e mio fratello senza aiuti, perché io senza di loro sono persa?

Quando mio padre se n’è accorto, ha cominciato a prendersi impegni. Apposta. Per diminuire gradatamente la sua presenza in casa. E’ stato mitico. Piano piano mi sono accorta che ce la facevo. Magari scleravo, ma ce la facevo. E la mia autostima ha ringraziato.

Nonnoprof e Nonnasanta ogni tanto mi fanno questa domanda: “Mi pare che non abbiamo fatto danni finora, vero?”

Mamma, papà, non ne avete fatti. Per niente. E ne farete sempre di meno se ogni tanto pensaste a voi stessi. Ma questo è compito mio. Perché lo so che voi non andreste neanche in vacanza, pur di badare ai Bubini. Non si può approfittare dei tossicodipendenti.

Routine e sfiga

Ridimensionare. Ecco la chiave.

Queste ultime settimane sono state un’estenuante battaglia contro le più varie amenità. Dalle più banali, come le notti magiche per colpa di un Patato insonne (saranno i denti? la sete? la sfiga?), a quelle intermedie (vedi scarlattina e influenze collettive), fino alle più serie, che ci hanno spedito direttamente in ospedale. Ne siamo usciti per tre sole ragioni.

Primo. Perché siamo rock (come dice sempre la Bubi) e “a noi non ci sconfigge nessuno”.

Secondo. Perché esiste il Nonnoprof, sempre disponibile e sempre in forma, nonostante gli straordinari pazzeschi a cui l’abbiamo costretto.

Terzo. Perché prima o poi tutto finisce. E si torna alla routine.

Ma ci sono casi in cui la malattia diventa la routine. Ne ho ascoltate tante di storie in questi giorni. I genitori alla fine ce la fanno. Perché devono farcela. Ma a che prezzo?

Un amico che ha un bimbo diabetico tempo fa mi ha girato queste righe. Ve le riporto integralmente, perché mi hanno davvero colpito.

Il giorno 14 novembre ho partecipato come volontaria, alla giornata mondiale del diabete e sono rimasta al quanto stupita di come le persone alle quali è stato rilevato un valore glicemico piuttosto alto, persone adulte, si consolassero con la battuta “ben ben el diabete el lo ga anca el Sindaco de Trent!” e non ho potuto fare a meno di associarli a quelli che sempre più spesso sento dire “bè al giorno d’oggi non è così grave come una volta”…

In parte forse queste persone hanno ragione, perché il diabete sappiamo che in sé non è una malattia invalidante e che in realtà permette, con un corretto stile di vita, di ottenere le stesse soddisfazioni di chi il diabete non lo ha e il nostro Sindaco con le sue affermazioni di questi giorni può esserne un esempio, ma forse queste persone non hanno mai avuto a che fare veramente con il diabete e pertanto non gli è molto chiaro quanto poco scontata sia la possibilità di condurre una vita “normale”, ma quanto impegno invece comporti arrivar ad ottenere questo risultato, pertanto io che non ho il diabete di tipo 1, né di tipo 2 ma sono una diabetica di “tipo 3”, (così sono definita quando dico di essere mamma di due bambine diabetiche, perché anche se la malattia non colpisce in prima persona i genitori, quando il diabete entra in casa, di diabete si ammala tutta la famiglia ed i genitori lo vivono quasi quanto i figli essendo le figure principali di riferimento per la gestione quotidiana), non ho potuto fare a meno di pensare a quei genitori che ogni giorno, nonostante tutti gli sforzi possibili anche da parte dei loro figlioli, si trovano a dover rincorrere valori di glicemia che cambiano nell’arco di poche ore senza alcun apparente motivo, sentendosi il più delle volte colpevoli per questo; a quei genitori che si trovano a dover misurare la glicemia anche più di 10 volte al giorno ad un bambino di un solo anno perché è difficile capire a quell’età se il suo pianto sia dovuto a capricci o magari ad un malessere portato da un’ipoglicemia; a quei genitori che devono riuscir a far accettare la cronicità di una malattia come il diabete e che nel momento in cui si sentono chiedere quando guarirò?, non hanno ancora una risposta da dare; a quei genitori che a volte si trovano a dover “implorare” la collaborazione degli insegnanti per poter star, non dico sereni, ma almeno un tantino tranquilli mentre i loro figli sono a scuola, ma che non sempre – purtroppo – trovano la collaborazione che si aspettano da un educatore; a quei genitori che si alzano in piena notte per controllare la glicemia del figlio temendo un’ipoglicemia notturna; a quei genitori che non sempre hanno un solo figlio a cui pensare ma che la malattia li porta ad avere un atteggiamento più attento nei confronti di quello malato sacrificando a volte le esigenze di quello sano; a quei genitori che con il cuore in gola e facendosi quasi violenza nell’ansia totale, salutano il figlio che parte per la gita – perché è giusto che faccia le stesse esperienze dei compagni –  e si sentono chiedere “ma in caso di ipoglicemia lui sa ben cosa fare vero?” (…certo, ma forse se lo volessero sapere anche gli altri, sarebbe molto più sicuro per tutti); a quei genitori che consolano le lacrime del figlio quando, tornando da una festa della scuola, della catechesi o della propria squadra, le giustifica dicendo che a lui non è stato dato un dolce ma gli è stato detto che lui sa bene il perché e quindi dovrebbe capire; a quei genitori che, dal momento dell’esordio, conoscendo quali possano essere le complicanze del diabete dopo un certo periodo di anni di malattia, si trovano a fare i conti pensando che già a 15 anni possano manifestarsi sui loro figli; a quei genitori che non trovano collaborazione nei parenti che non riescono a capire che il “ma dai per una volta” è diseducativo e non aiuta nessuno; a quei genitori che si sentono in colpa nell’essere “sani”…

Ecco credo sia giusto che tutte quelle persone e pure quelle che forse leggeranno queste righe, sappiano anche questo, che l’essere diabetico non è solo rinunciare alla cioccolata, alla marmellata e ai dolci, cosa tra l’altro che i bambini se educati in maniera corretta alla malattia, capiscono meglio e prima degli adulti, ma è un impegno molto più grande da vivere giorno dopo giorno per tutta la vita, anche se magari non sarà pesante come quella di un Sindaco, un impegno da mettere in quello zainetto con tutto l’occorrente che ai bambini con diabete viene insegnato, sin dal giorno dell’esordio, di portare sempre con loro e di non dimenticare mai!!

Sabrina Moser

Miracolo

Ore 14.00. Proporre alla Bubi un “sonnellino” è come chiederle di cuccarsi il Festival di San Remo.

La nanna del pomeriggio lei la odia. Da tempo immemorabile.

All’inizio fu solo il rifiuto del lettino. Se nanna doveva essere, la Bubi si addormentava solo nel lettone e con qualcuno vicino. Altrimenti ciccia.

Poi divenne un’antipatia generica. Chi riusciva a farle prendere sonno con una storia o una canzone, riemergeva alla fine trionfante come se avesse vinto una finale di campionato. Nonnasanta e Nonnoprof combattevano una sfiancante quanto inutile battaglia. Lei persistendo con i metodi della materna, che 9 volte su 10 erano un fiasco colossale. Lui rassegnandosi a scarrozzare la principessa in passeggino. Sfidando intemperie e temperature.

Infine diventò una sfida puramente politica.

“Mamma, c’è il sole, io non vollio dormire.”

Ho provato prendendo la cosa di petto. La Bubi era capace di piangere anche 40 minuti di fila. Qualche volta crollava sfinita. Qualche altra teneva duro fino alla fine.

Ad un certo punto ho concluso che la Bubi non aveva più bisogno del sonnellino pomeridiano. Ho provato a toglierglielo per diversi mesi. Ma dovevo organizzare la giornata in modo da evitare qualsiasi giro in macchina o in passeggino tra le ore 16 e le ore 19. Perché altrimenti lei crollava addormentata, sfasando tutti gli orari della sera.

Putroppo a volte arrivava a fine giornata veramente troppo stanca, e spesso e volentieri si consumava il dramma.

Alla fine ho adottato il buon vecchio metodo della flessibilità. La regola era che non si dorme al pomeriggio. Ma se il livello di capriccio superava la soglia di sicurezza, allora trovavo una scusa qualunque per portarla fuori in passeggino. Io che mi sono sempre imposta di dirle la-verità-tutta-la-verità-nient’altro-che-la-verità, pur di farla dormire mezz’ora mi piegavo alle bugie più becere. Andiamo al parco, andiamo a prendere un gelato, andiamo al bancomat che poi ti compro un chupa-chupa.

Ma non è mica facile ingannarla, la mia Bubi adorata. Qualche volta insisteva per andare a piedi. Oppure cantilenava per tutto il tragitto cercando di non addormentarsi. Si incavolava nera se le tiravo giù lo schienale. Se mi mettevo a canticchiare una canzone, scattava: “Non cantare, sennò mi addormento”. Se allungavo la strada mi domandava all’infinito: “Ma dove stai andando, mamma?”.

Da quando è iniziato il tempo pieno a scuola, questa piacevole odissea è finita.

Ora la palla è passata alle maestre.

Attendo il miracolo.

Santa subito

Nonnasanta è sposata con Nonnoprof.

Lavora in una scuola materna. E’ capace di gestire da sola una trentina di esseri scatenati senza perdere il sorriso (né le facoltà cerebrali). Nei tre anni che li ha per le mani li trasforma da frignoni pisciasotto in perfetti e autonomi scolaretti pronti per le elementari. I genitori programmano la nascita del secondogenito in modo che finisca nella sua classe. La riempiono di regali, la fermano per strada. L’ultimo giorno di scuola piangono come agnelli al macello: “Non troveremo mai una maestra come lei”.

Nonnasanta non ha nessuna intenzione di andare in pensione. Anzi. Si cucca pure gli straordinari. Perché appena torna a casa l’aspettano i miei adorabili Bubini.

Con loro le strategie della materna non funzionano. La maestra diventa nonna. E tutta la straordinaria professionalità acquisita in decenni di esperienza va a farsi benedire.

A scuola Nonnasanta ne addormenta venti in un colpo solo. Ma si piega a scarrozzare la Bubi in passeggino con trenta gradi all’ombra purché dorma almeno una mezz’ora.

Nonnasanta riesce a far mangiare da soli tutti i suoi alunni, che a fine anno ingollano allegramente persino le odiatissime verdure. Ma rincorre la Bubi con il piatto e la imbocca davanti alla tivù se lei sta passando uno dei suoi (tanti) periodi di inappetenza.

Nonnasanta sopporta con nonchalance le lagne e i pianti dei treenni durante l’inserimento. Ma crolla nel panico assoluto se il Patato frigna più di due minuti. “Che stia male?”

A scuola Nonnasanta intrattiene i piccoli con canzoni e racconti. A casa l’ho sentita più volte decantare le virtù salvifiche di un buon dvd.

La Bubino-dipendenza per Nonnasanta è ormai in fase avanzata. Dopo esserseli sciroppati per tutta la settimana, è capace perfino di invitarci a pranzo la domenica. E di prepararci un pasto da gourmet con annesso babysitteraggio. A fine giornata le viene addirittura in mente di offrirsi volontaria per lavare quelle due valigie piene di roba del mare, che giacciono intonse da settimane.

Basterebbe molto meno per farla santa subito.