Di gelosia non ce n’è una sola. La prima fase: crisi di abbandono

Come al solito avevo letto tanto sull’argomento.

Ma come al solito la realtà è stata molto più spiazzante. Quando mi sono ritrovata faccia a faccia con lei, la Gelosia, niente di quello che avevo letto mi sembrava funzionare.

Non stato è facile riconoscerla, quella brutta bestia.

La prima volta che si è presentata mancavano circa 2 mesi al parto. La Bubi ha cominciato a svegliarsi spesso di notte. Cosa abbastanza usuale per lei fino a poco tempo prima. Ma il brutto è che si svegliava urlando. Angosciata. Terrorizzata. Ci voleva anche un’ora per calmarla.

Poi ha iniziato a fare fatica ad addormentarsi. Non funzionava più niente della solita routine. Alla fine mi ritrovavo a tenerle la manina. Per ore. Ogni volta che cercavo di estrarre la mano dalla sua presa con precisione chirurgica, lei, matematicamente, si svegliava.

“Stai ancora un pochino mamma”.

Il “pochino” si dilatava al punto che per tenermi sveglia facevo gli esercizi al perineo. In genere al quattordicesimo tentativo di estrazione della mano con conseguente risveglio, gettavo la spugna e la portavo nel lettone. Ma nonostante dormisse avvinghiata a me come una cozza, gli incubi tornavano a farle visita. Puntuali.

In un momento di calma, le chiesi direttamente che cosa le facesse tanta paura. La risposta fu spiazzante.

“Ho paura che la mamma non torni più”.

Così. Letteralmente. Con il congiuntivo al posto giusto. Una bambina di due anni appena compiuti che si autopsicanalizza con una chiarezza degna di Freud. Così l’ho interpretata io: “La mia mamma non tornerà mai più quella di prima. Questo pancione la sta cambiando. E mi fa paura.”

Cosa fare? A quel punto dovevo farle capire che sì la mamma sarebbe cambiata, ma il mio bene per lei sarebbe rimasto sempre quello. Fino ad un attimo prima avevamo letto insieme molti bei libretti sul parto e sull’arrivo del fratellino (se volete li trovate qui, qui e qui). Le avevano dato un’idea fin troppo precisa di cosa sarebbe accaduto.

Allora mi sono trasformata in una semi-buddista. Le ripetevo in ogni momento il mio mantra: “La mamma torna sempre”. Lo facevo veramente come una buddista, con voce cantilenante, monotona. “La mamma torna sempre”. Soprattutto prima della nanna sembrava funzionare a meraviglia. Non vi dico la gioia quando l’ho sentita ripetere la stessa frase al suo orso mentre lo metteva a dormire. “La mamma torna sempre”.

Quando tutto sembrava risolto, è intervenuta la sfiga. E mi sono rotta un piede. Ma questa è un’altra storia.

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